Siracusa, bancarotta fraudolenta e “sistema delle scatole vuote”: arresti e sequestri

Guardia di Finanza;

La Guardia di Finanza di Siracusa, su disposizione della Procura, sta eseguendo un’ordinanza emessa dal Gip del tribunale locale nei confronti di sette persone per bancarotta fraudolenta. Si tratta di 5 arresti domiciliari e 2 obblighi di dimora. Sono scattati sequestri, diretti o per equivalente, per circa 11 milioni di euro nei confronti di 14 indagati. Confiscata anche una società operante nel settore del servizio di raccolta e smaltimento rifiuti per numerosi Enti comunali (tra cui quello della città aretusea) dal valore stimato in oltre 45 milioni di euro.

Sono emersi, nell’ambito dell’operazione denominata “Gold Trash”, fatti riconducibili al fenomeno di bancarotta fraudolenta ad opera di diverse società rifacenti capo ad un noto gruppo imprenditoriale. Le frodi hanno provocato il fallimento di 3 società. Le investigazioni hanno portato alla luce un sistema di “scatole vuote”: aziende subentrate negli appalti dopo che la società aggiudicataria, improvvisamente, veniva pilotata verso uno stato di decozione. È stato scoperto che tutte le entità costituivano un vero e proprio sistema di “scatole vuote” che, in modo programmato, ha “assorbito”, non onorandolo, il carico fiscale e contributivo dell’attività nel suo complesso. Le società che svolgevano l’attività di gestione dei rifiuti mantenevano, nel corso del tempo, una stessa denominazione comune, per apparire che il servizio venisse svolto da un’unica impresa ma quando l’esposizione debitoria di una delle entità diventava insostenibile, l’azienda produttiva era trasferita (tramite contratti di affitto, cessione di azienda o scissione) ad altra società del gruppo, sino a quel momento rimasta inattiva, che proseguiva nelle attività. Le società “svuotate”, piene di debiti e private degli asset produttivi, quindi erano avviate, con la compiacenza di meri prestanomi, alla liquidazione e/o cancellazione, con insolvenza dei debiti erariali. La frode avveniva con la compiacenza di persone con precisi ruoli e di uno staff tecnico, formato da commercialisti e da “prestanomi”, tra cui un avvocato, regolarmente stipendiati dal gruppo.

Il gruppo imprenditoriale gestiva così l’azienda di famiglia senza onorare i pregressi debiti con lo Stato (circa 130 milioni di euro), lucrando grandi profitti dagli appalti con le pubbliche amministrazioni per sottrarre risorse indispensabili all’integrità contabile e patrimoniale delle varie società. I componenti della famiglia gestivano direttamente personale, appalti e rapporti con le banche dell’intera rete societaria, della quale conoscevano dettagliatamente la situazione finanziaria ed economico-patrimoniale.

Gli investigatori sostengono che “il gruppo familiare compariva in ruoli formali laddove le società erano in bonis, deliberando compensi che venivano elargiti dalle bad company al fine di riversare su quest’ultime gli oneri fiscali e contributivi in modo da aumentarne l’esposizione debitoria. Le attività hanno inoltre dimostrato che il drenaggio di risorse è avvenuto sfruttando il paravento giuridico offerto dall’intestazione fittizia delle imprese decotte a soggetti che non avevano alcun potere decisionale o strategico, i quali si limitavano ad eseguire ordini firmando “carte a richiesta”. Significativa e determinante, sotto questo particolare aspetto, l’opera dei professionisti relativamente agli aggiustamenti contabili e agli istituti giuridici tesi a svuotare le imprese decotte in frode ai propri creditori”.

È stata anche scoperta una società priva di dipendenti, finanziata con i soldi delle imprese del gruppo confluito nella realizzazione di una pregevole villa a uso esclusivo dell’esponente di spicco della famiglia che era gestiva l’associazione. Grazie al meccanismo di compensazione dei crediti Iva della società, per l’immobile non sono stati mai versati i tributi, come l’imu e, tra i costi di esercizio, risultavano anche annotati acquisti di champagne e altri beni di consumo personale.

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