Bonus 600 euro, partenza da incubo: il sito dell’INPS va in tilt

La giornata odierna avrebbe dovuto rappresentare un momento cruciale per i lavoratori autonomi italiani ai quali è destinato il bonus da 600 euro stanziato nel decreto cura Italia, varato dal governo Conte per fornire supporto economico a cittadini ed imprese danneggiati dall’emergenza Coronavirus nel mese di marzo. Proprio a partire da oggi, infatti, era possibile inoltrare le richieste per ricevere il suddetto beneficio tramite il sito dell’INPS.

La cronaca, però, racconta di una falsa partenza, visto il malfunzionamento e i disguidi di cui è stato vittima il portale dell’istituto di previdenza sociale. I problemi, secondo alcuni utenti, si sono registrati già a partire dalla mezzanotte, ed hanno avuto il loro culmine, anche in virtù del gran numero di accessi, nella mattinata. Altri utenti, poi, hanno dichiarato di aver avuto accesso, tramite l’area riservata, a dati personali differenti dai loro. Un disguido che, secondo l’INPS è durato soltanto qualche minuto. Nel pomeriggio tuttavia, in seguito al lancio di un messaggio che annuncia l’indisponibilità del servizio, il sito ha cessato definitivamente di funzionare, risultando quindi inaccessibile.

Questa la spiegazione fornita da Pasquale Tridico, presidente dell’istituto: “Abbiamo ricevuto nei giorni scorsi, e anche stamattina, violenti attacchi hacker. Questa mattina si sono sommati ai molti accessi, che hanno raggiunto le 300 domande al secondo, e il sito non ha retto. Per questo abbiamo ora sospeso il sito”. Secondo quanto riferito da Tridico, comunque, sono state ricevute ed acquisite 339 mila domande regolari, su un totale stimato di 5 milioni. Si proverà a risolvere le difficoltà riscontrate già da domani, aggiunge il presidente dell’INPS al TG1, tramite una razionalizzazione degli accessi. Dalle 8 alle 16 potranno eseguire la procedura patronati e consulenti, successivamente il portare sarà a disposizione dei privati cittadini.

Un bilancio certamente negativo, quello che emerge dopo questa prima giornata, figlio, probabilmente, di un’organizzazione inadeguata a gestire la mole di accessi e di richiesti. L’augurio è che vengano apportati i dovuti accorgimenti affinchè, questo passaggio burocratico, possa essere immediato e privo di rischi per la riservatezza dei dati personali.

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Coronavirus, l’Albania corre in soccorso dell’Italia: “Non abbandoniamo un amico in difficoltà”

Nobile gesto da parte dell‘Albania, che corre in soccorso dell’Italia per aiutarla a fronteggiare l’emergenza Coronavirus. La nazione balcanica, infatti, ha inviato 30 medici ed infermieri per coadiuvare l’azione del nostro servizio sanitario negli ospedali lombardi.

Alla partenza del personale sanitario, presso l’aereoporto di Tirana, il Primo Ministro albanese Edi Rama ha pronunciato un sentito e toccante discorso: “Non siamo privi di memoria, non possiamo non dimostrare all’Italia che l’Albania e gli albanesi non abbandonano mai un proprio amico in difficoltà. Oggi siamo tutti italiani, e l‘Italia deve vincere e vincerà questa guerra anche per noi, per l’Europa e il mondo intero. Trenta nostri medici e infermieri partono oggi per l’Italia, non sono molti e non risolveranno la battaglia tra il nemico invisibile e i camici bianchi che stanno lottano dall’altra parte del mare. Ma l’Italia è casa nostra da quando i nostri fratelli e sorelle ci hanno salvato nel passato, ospitandoci e adottandoci mentre qui si soffriva. E’ vero che tutti sono rinchiusi nelle loro frontiere, e paesi ricchissimi hanno voltato le spalle agli altri. Ma forse è perche noi non siamo ricchi e neanche privi di memoria, non possiamo permetterci di non dimostrare all’Italia che l’Albania e gli albanesi non l’abbandonano”.

 

 

Grazie al presidente Edi Rama. Sono questi i valori fondanti che l’Europa dovrebbe trasmettere a chi è in difficoltà.

L’egoismo non ci appartiene. Dall’Albania 🇦🇱 una lezione di solidarietà.Grazie a Edi Rama. Sono questi i valori fondanti che l’Europa dovrebbe trasmettere a chi è in difficoltà.

Pubblicato da Luigi Di Maio su Domenica 29 marzo 2020

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Coronavirus, le reazioni al nuovo decreto del Premier Conte

Lemergenza sociale causata dal Coronavirus, come raccontano le cronache di questi giorni, inizia a destare seria preoccupazione ed impone misure drastiche ed immediate. La risposta del governo è arrivata nella serata di ieri, quando il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri hanno annunciato l’emazione di un nuovo DPCM, pubblicato oggi sulla Gazzetta Ufficiale.

Il provvedimento, in sintesi, prevede l’erogazione di 4,3 miliardi tramite l’anticipazione del cosidetto “fondo di solidarietà dei comuni” e lo stanziamento, con ordinanza della Protezione Civile, di ulteriori 400 milioni, da dividere tra i comuni italiani, i quali dovranno poi destinarlo, sotto forma di buoni spesa, ai loro cittadini meno abbienti. Le reazioni politiche non si sono fatti attendere ed hanno, sostanzialmente, determinato uno scontro governo – opposizione. Se, infatti, le personalità ed i partiti di maggioranza leggono il DPCM come un primo e coraggioso passo per il sostegno alla popolazione, integrandolo anche con quanto stabilito dal “cura Italia” dall’altro lato della barricata non sono mancate vibranti critiche all’esecutivo.

Le cifre stanziate sono considerate insufficienti. Per quanto riguarda il “buono spesa”, poi, montano le proteste sull’entità e sui criteri di spartizione. Il segretario della Lega Matteo Salvini e il presidente dell’Anci del Friuli Venezia – Giulia, Dorino Favot ad esempio, hanno bocciato in maniera netta questo stanziamento, giudicandolo inadeguato ai fini del sostentamento. Oggetto delle loro critiche, nello specifico, l’entità del buono pro capite destinato ai cittadini che si attesterebbe sui 6-7 euro. Bisogna, però, evidenziare che tale cifra è ricavata dividendo i fondi stanziati a tutta la popolazione italiana o friulana, senza tener conto che, il cosidetto buono spesa, sarà destinato ad una frangia minoritaria, ragion per cui la cifra oggetto del contendere sarà, certamente, più alta.

Terreno di scontro tra fautori e detrattori delle misure governative anche quello relativo alle tempistiche ed alle modalità che regoleranno l’erogazione dei sussidi. Giuseppe Conte, annunciando il decreto, ha detto che si farà di tutto per effettuare tali pagamenti prima del 15 aprile, data obbiettavimente troppo lontana vista l’emergenza in corso. Certo, ci sono tempi tecnici e lungaggini burocratiche da tenere in conto ma, attaccano le opposizioni, l’applicazione dei provvedimenti sarebbe stata più rapida se l’esecutivo si fosse messo in moto prima, visto e considerato che, l’emergenza nazionale causa Coronavirus era stata decreteta lo scorso 31 gennaio. Destano perplessità anche le modalità previste per il riconoscimento dei benefici: per quanto riguarda il buono spesa, ad esempio, la certificazione dello stato di necessità tramite attestazione ISEE potrebbe ecludere quanti, come i gestori di attività commerciali chiuse in ragioni dei vari DPCM, potrebbero averne reale ed effettivo bisogno in questo momento.

Insomma, nonostante  l’esecutivo abbia mosso i primi passi per rispondere all’emergenza sociale, da diverse parti si inovocano nuove e più importanti risoluzioni, che dovranno e potranno certamente arrivare anche di concerto con l’Unione Europea, chiamata ad una significativa responsabilizzazione circa il suo ruolo di guida degli stati del Vecchio Continente.

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Coronavirus, Renzi: “L’Italia deve ripartire. Scuole? Propongo di riaprirle il 4 maggio”

La scuola non riaprirà prima del 3 aprile, lo confermano sia il premier Giuseppe Conte che il ministro dell’Istruzione, Lucia Azzolina. Nel corso di un’intervista al quotidiano cattolico Avvenire l’ex premier Matteo Renzi esprime la propria opinione riguardo al ritorno degli studenti tra i banchi, approvando l’idea che si ricominci il 4 maggio, soprattutto per gli alunni di maturità. Renzi ribadisce che, secondo la sua opinione, l’Italia necessita di ripartire.

Bisogna garantire gli esami, il sei politico fa male. I ragazzi hanno il diritto di essere valutati e il governo ha il dovere di permetterlo. Allora faccio una proposta concreta: si torni a scuola il 4 maggio. Almeno i 700mila studenti delle medie e i 2 milioni 700mila delle superiori. Tutti di nuovo in classe, mantenendo le distanze e dopo aver fatto comunque tutti un esame sierologico una puntura su un dito e con una goccia di sangue si vede se hai avuto il virus. È probabile che tanti ragazzi abbiano già contratto il Covid-9 senza mostrare sintomi: sarebbe uno screening di massa importante”.

“Serve un piano per la riapertura. Le fabbriche devono riaprire prima di Pasqua. Poi il resto. I negozi, le scuole, le librerie, le messe. Sì, non ci scambieremo il segno della pace ma torneremo a messa. O almeno a fare l’adorazione insieme. Bisogna ripartire. Azzolina? Il ministro giovedì in Senato è stata poco chiara sui tempi, ma è necessario riaprire. Bisogna consentire che la vita riprenda e serve consentirlo ora. Sono tre settimane che l’Italia è chiusa e c’è gente che non ce la fa più. Non ha più soldi, non ha più da mangiare. I tentacoli dell’usura si stanno allungando minacciosi, specialmente al Sud. Senza soldi vincerà la disperazione. Serve attenzione, serve gradualità, serve il rispetto della distanza. Ma bisogna riaprire”.

“L’Italia non può stare ibernata per un altro mese perché così si accende la rivolta sociale. I balconi presto si trasformeranno in forconi ei canti di speranza in proteste disperate. È per questo che le istituzioni devono agire senza perdere nemmeno un giorno. Bisogna ripartire perché l’alternativa è chiudersi in casa e morire. Penso spesso a Firenze: dopo la peste del 1348 creò il Rinascimento. Penso che per arrivare al dopo bisogna attraversare il durante. Faremo fatica ma ce la faremo”.

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Coronavirus: dal governo italiano 50 milioni alle imprese tunisine

Si è concretizzata nelle scorse ore, secondo quanto riferito da più agenzie di stampa, un’iniziativa promossa dal governo italiano a sostegno della Tunisia per fronteggiare l’emergenza Coronavirus.

La notizia, riferita in primis dall’agenzia Reuters e in seguito dall’italiana Ansa, oltre ad essere riportata da alcuni media locali, è stata ufficializzata dall’Ambasciata d’Italia in Tunisia, che ha comunicato sulla propria pagina Facebook: “Italia e Tunisia continuano a cooperare per superare questo difficile momento insieme. L’Italia, tramite la Cassa Depositi e Prestiti, ha versato 50 milioni di euro (circa 157 milioni di dinari) a titolo di credito d’aiuto alla Banca Centrale tunisina. Questa somma è destinata a sostenere le imprese tunisine e potrà essere utilizzata per rispondere all’impatto socioeconomico del #Coronavirus in Tunisia, supportando le misure messe in campo dal Governo tunisino. E’ un primo passo, mano nella mano, per far fronte al #COVID19”.

La nota, riportata sotto in foto e che riprendeva un comunicato dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, è attualmente irreperibile sulla pagina Facebook ufficiale dell’ambasciata. Questo ha indotto molti a riflettere sulla veridicità dell’informazione. La comunicazione relativa al prestito erogato dal governo italiano, inoltre, è arrivata dopo che il presidente tunisino Kaies Saied aveva annunciato al suo omologo Sergio Mattarella la “volontà della Tunisia di inviare in Italia una delegazione medica a sostegno degli sforzi intrapresi dalle autorità italiane, nonostante i modesti mezzi a disposizione della Tunisia, poiché la situazione oggi nel mondo riguarda tutte le nazioni e non più un paese soltanto”.

 

 

Le reazioni politiche, da parte delle opposizioni, non si sono fatte attendere. Andrea Delmastro, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei Deputati, in Commissione Esteri ha definito “sciagurato” il  prestito da 50 milioni in favore delle imprese tunisine, ed ha altresì depositato un’interrogazione parlamentare. Il deputato, intervenendo in commissione ha dichiarato: “Fratelli d’Italia pretende che non venga rimossa la notizia, ma venga rimosso, cancellato, azzerato il contributo. Si chieda indietro il contributo anziché preoccuparsi di rimuovere la notizia. La vergogna non è la propagazione della notizia, ma la contribuzione. Di Maio è come mio figlio che, beccato con le mani nella marmellata, crede che nascondendo le mani tutto sia a posto: non è così”.

Se il partito guidato da Giorgia Meloni attacca il governo e denuncia a gran voce tale risoluzione c’è chi, al contrario, la difende, interpetandola come un aiuto ad un’economia strettamente legata a quella italiana, il cui collasso potrebbe determinare conseguenze nefaste anche nel nostro Paese. Il prestito, nello specifico, sarebbe stato inoltre caldeggiato da diverse imprese italiani con interessi nel mercato tunisino.

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Coronavirus, l’Unione Europea prende tempo: la risposta che non c’è e l’incubo di Ventotene

La diffusione del Coronavirus continua a destare ansia e preoccupazione, sia dal punto di vista sanitario e della salute pubblica, specie nei paesi più colpiti come l’Italia, che dal punto di vista economico. Il protrarsi di questa emergenza, che porta con sé misure drastiche e limitazioni delle libertà individuali e collettive, fa emergere all’orizzonte, anzi avvicina sempre di più, il timore di una crisi economica, di una possente recessione che potrebbe colpire stati, imprese, famiglie e cittadini già messi in ginocchio dal Covid-19.

Guardando all’Europa risulta evidente come, al di là dei provvedimenti ad hoc presi dalle varie nazioni, sia necessaria una riposta univoca, poderosa e lungimirante da parte delle istituzioni continentali. La cronaca degli ultimi giorni, d’altra parte, è stata scandita da dibattiti e scontri proprio su questo tema: l’intervento della UE tramite l’attuazione di provvedimenti straordinari che corrano in soccorso degli stati membri, sia nell’immediato che per il futuro. Le novità, emerse dal vertice fiume del consiglio europeo andato in scena ieri, raccontano di un compromesso. Nel documento approvato da tutti e 27 i membri, infatti, non è citato il MES (meccanismo europeo di stabilità), ovvero il fondo che prevede interventi economici in favore di stati in crisi, regolati però da clausole e criteri di grande rigidità, ma non si prevede nemmeno il ricorso ad uno strumento di debito comune. L’Unione Europea, quindi, decide di prendersi ancora tempo, due settimane per l’esattezza, allo scopo di decidere il da farsi.

Respinta seccamente, almeno per il momento, l’ipotesi Coronabond, cioè quel meccanismo che, qualora fosse approvato, determinerebbe la spartizione, tra i vari stati membri, del debito accumulato da uno di questi per attuare le misure economiche straordinarie richieste dall’emergenza Covid-19. A richiedere l’introduzione dei Coronabond sono Italia, Francia, Spagna, Irlanda, Belgio, Grecia, Portogallo, Lussemburgo e Slovenia. A fare fronte comune, però, ci sono i cosiddetti rigoristi, ovvero le nazioni del nord guidate da Germania, Austria, Olanda e Finlandia. Tale strumento, al di là delle considerazioni di parte e delle posizioni assunte, sarebbe in fondo la logica attuazione di quello spirito di solidarietà e cooperazione sognato dai padri fondatori dell’Unione Europea. L’indirizzo preso dalle istituzioni continentali, però, specie negli ultimi anni, sembra di segno totalmente opposto: se gli obiettivi del Manifesto di Ventotene, da un punto di vista meramente burocratico ed organizzativo sono diventati realtà, quelli relativi all’aspetto ideologico, a quella paventata unione, quasi spirituale, tra gli stati membri, sembrano rimasti lettera morta. L’Europa delle  Nazioni, insomma, è un traguardo ancora lontano, specie quando prevalgono altre istanze, lontane anni luce dall’interesse pubblico del Vecchio Continente. Basti pensare che, ad esempio, la momentanea sospensione dei vincoli del patto di stabilità è stata dipinta come un traguardo straordinario.

Il sostanziale immobilismo dell’Unione Europea, d’altronde, è figlio dello spiazzamento della stessa, visto che l’emergenza Coronavirus e la sua gestione, hanno messo in crisi paradigmi quasi dogmatici per l’intera civiltà occidentale e, quindi, anche per la UE. Come, ad esempio, l’indirizzo economico neo-liberista e il dominio del mercato, che negli ultimi decenni l’hanno fatta da padrone, assoggettando, per lo meno in quel di Bruxelles e Strasburgo, anche le forze social-democratiche, quelle cioè che, sulla carta, avrebbero dovuto fare da contraltare. Ma, d’altra parte, è opinione ormai parecchio diffusa quella del ridisegnamento dei tradizionali equilibri politici, delle contrapposizioni che hanno differenziato per secoli la politica occidentale. Non a caso, il fronte d’opposizione a certo europeismo duro e puro, è quantomai variegato ed eterogeneo. Un fragile equilibrio, quindi, quello che regge l’architrave istituzionale di un’Europa chiamata a dare risposte in una situazione che, prima o poi, potrebbe determinarne il crollo definitivo ed inesorabile.

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Coronavirus, sindaco di Siracusa: “Non tutti i siciliani sono Cateno De Luca e la pensano come lui”

Il sindaco di Siracusa, Francesco Italia, ai microfoni di Radio Cusano Campus ha criticato la protesta portata avanti dal collega, Cateno De Luca, primo cittadino di Messina.

Non tutti i siciliani la pensano come Cateno De Luca. Certamente non quei padri, quelle madri, quei figli che sono stati separati dal Coronavirus e che adesso si trovano in situazioni al limite. Ho appena ricevuto la telefonata di 20 lavoratori che arrivano dalla Puglia, hanno lavorato due mesi a Villa San Giovanni e adesso sono bloccati lì. Non ci sono alberghi aperti, non hanno più lavoro e adesso chiedono di tornare al proprio domicilio dove chiaramente dovranno fare la quarantena”.

“Non tutti condividiamo alcune affermazioni. Io sono stato tra i primi a dire che andava chiuso tutto, ma non ci dobbiamo dimenticare che nelle emergenza l’unica cosa che non dobbiamo fare è dividerci e puntare il dito contro quell’istituzione o quell’altra. Se alcuni nostri concittadini sono in un luogo in cui non hanno una dimora, un lavoro, bisogna aiutarli. Dobbiamo richiamare i nostri cittadini a quei sentimenti di altruismo e di generosità, non sono l’odio e l’egoismo che possono prevalere in momenti come questo”.

“È giusto controllare che vengano rispettate le norme, però non trasformiamo questa già grave crisi in un’occasione di disgregazione della nostra società. Io non ho soluzioni, c’è però qualcosa che mi guida e sono i miei valori, i valori della nostra Costituzione, il buonsenso e l’umanità. Ho assoluta percezione dei rischi che stiamo correndo, tant’è vero che fui il primo a dire di chiudere tutto. Non sono uno che la prende alla leggera. Dico semplicemente che ci sono valori e regole a volte anche non scritte di solidarietà umana di cui non ci dobbiamo dimenticare”.

“Sindaco De Luca? Non ci siamo sentiti. Ciascuno ha il proprio modo di valutare, affrontare e ciascuno si comporta come ritiene più in linea con il proprio stile e i propri valori. Ognuno ha il proprio senso dello Stato. Io non mi sognerei neanche in 3-4 vite di mandare a quel paese il ministero dell’Interno. Non mi sogno in un momento come questo di andare in tv e sparare a zero su un governo che sta affrontando una delle peggiori crisi degli ultimi 100 anni” conclude Italia.

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Coronavirus, tra l’emergenza sanitaria e quella economica: i rischi per cittadini e imprese

Lo stop forzato a gran parte delle attività produttive nazionali, imposto dalla diffusione del Coronavirus, ha determinato e sta derminando una serie di difficoltà legate all’aspetto economico ed alla sopravvivenza di cittadini, famiglie ed imprese, che si uniscono ai rischi sanitari e da contagio. Le misure attuate dal governo, tramite il decreto Cura Italia, non sono ancora del tutto effettive.

Gran parte delle imprese sono ormai ferme da oltre 15 giorni e, se gli aiuti statali ancora non si intravedono, le prospettive appaiano sempre meno positive, specie in un contesto socio-economico come quello che si vive in Sicilia. Le risoluzioni dell’escutivo sono andate incontro a numerose e decise critiche, come quelle portate avanti da Sicindustria:

Una farsa. Il decreto che doveva tamponare l’emergenza di un Paese in difficoltà non è altro che una farsa. Nessun aiuto concreto alle imprese. Soldi a destra e sinistra, contributi sparpagliati senza criterio. Non un piano, non un programma per sostenere organicamente la produzione italiana. La cig non stanzia le risorse necessarie, complessivamente 1 miliardo e 300 milioni per tutta l’Italia, fondi che potrebbero bastare per non più di 400 mila dipendenti. Si tratta dunque di un bluff. Inoltre impone inutili consultazioni sindacali come se ci fosse da discutere. Le aziende con più di 2 milioni di fatturato non hanno ottenuto alcuna sospensione, di fatto, per quanto riguarda il pagamento delle imposte, dei contributi previdenziali e dell’IVA. Non è prevista la sospensione degli adempimenti legati ad appalti e subappalti e il differimento dei termini di versamento dei carichi affidati all’agente della riscossione è irrisorio. Mentre il Governo annuncia a gran voce la sospensione dei termini per il versamento dei contributi previdenziali e assistenziali l’Inps fa esattamente l’opposto e sollecita il versamento. Ancora più grave è l’approccio superficiale del governo nel promettere bonus una tantum a professionisti, partite Iva, commercianti senza una copertura finanziaria adeguata generando una serie di click day finalizzati ad escludere la maggioranza dei potenziali richiedenti”.

 

Il presidente di Confcommercio Sicilia Francesco Picarella, intervenendo sulla spinosa questione, ha anch’egli avanzato delle critiche. Degna di nota la missiva inviata al governatore Musumeci, nella quale si chiede un incontro al “primo cittadino siciliano” per delineare una tabella di marcia:

“Si faccia in fretta per cercare di salvare il salvabile. Molte sono le imprese della nostra isola che, dopo questo periodo di emergenza sanitaria, si troveranno alle prese con un’altra emergenza, quella di mantenersi in vita. E non sarà un affare semplice. Anzi, comincerà un’altra battaglia per certi versi molto più dura. In cui ci sarà bisogno del sostegno delle istituzioni per evitare che siano mietute vittime di altro tipo, mandando a gambe all’aria un’economia, quella siciliana, per molti versi già precaria. Possiamo ipotizzare una perdita nell’ordine di 3-4 miliardi di euro con riferimento al consumo delle famiglie nella nostra isola. Stiamo affrontando la chiusura della saracinesca con la responsabilità di chi, chiudendo, sa di contribuire a uno sforzo straordinario per contenere la diffusione dell’epidemia non dimenticando la responsabilità di chi resta aperto per assicurare la distribuzione di generi alimentari e di prima necessità. Il fatto, però, è che restare a casa non può e non deve significare la rovina. Servono aiuti e risorse straordinarie, naturalmente più di quanto non sia già stato fatto”.

Il governo regionale ha già mosso i primi passi stanziando 30 milioni di euro come contributo sugli oneri per interessi e le spese di istruttoria per i finanziamenti. Un’iniziativa che, attraverso il cosiddetto “Fondo Sicilia”, gestito dall’Irfis, ovvero la Banca Regionale, determinerà una liquidità di circa 600 milioni di euro per le imprese isolane. Ognuna di queste potrà chiedere un credito di esercizio per un massimo di 100.000 euro per un periodo di 15 mesi, di cui almeno tre di pre-ammortamento.

Da registrare altresì la delicata posizione delle professioni ordinistiche, escluse dai benefici previsti nel “cura Italia”. In un incontro promosso da CUP ed RPT i rappresentanti di 21 ordini professionali hanno deciso di fare fronte comune, sostenendo che “Il Decreto Cura Italia ha deliberatamente ignorato i professionisti ordinistici, non riconoscendo il ruolo svolto da ben 2,3 milioni di professionisti italiani. Così facendo il Paese rischia di pagare un prezzo altissimo, soprattutto quando arriverà il momento di rimetterlo in piedi”. Dal vertice, oltre alla “levata di scudi” contro le decisioni del governo, è scaturita la decisione di elaborare un pacchetto di proposte unitarie, che determini poi l’elelaborazione di un “Manifesto delle professioni” tramite il quale, i 2,3 milioni di lavoratori in questione, potranno interfacciarsi con l’esecutivo Conte per aprire un’importante interlocuzione.

Anche i lavoratori autonomi, infine, hanno fatto sentire la propria voce. Una situazione, dunque, davvero complicata che impone soluzioni coraggiose e di ampio respiro, da attuare al più presto per cercare di venire in soccorso di tutte quelle categorie di lavoratori che garantiscono il futuro del Paese.

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Coronavirus, Siciliani Liberi: “Musumeci attui Helicopter Money”

Quella del Coronavirus, come certificano i dati giornalieri e i bollettini diramati dalla Protezione Civile, è innanzitutto un’emergenza sanitaria, che rischia di mettere in ginocchio il sistema medico ed ospedialiero dell’intera nazione ed, in particolare, del Sud. Le ripercussioni del  Covid -19, però, si faranno inevitabilmente sentire anche sul piano economico, e il pericolo recessione è purtroppo concreto.

Il governo nazionale, con il decreto cura – Italia, ha messo nero su bianco le prime iniziative di carattere finanziario, che non hanno ancora trovato piena applicazione e che sono state giudicate insufficenti da più parti. Nel mese di aprile, come annunciato dal Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, arriverà un altro decreto sul solco della strada tracciata dal precedente, ma sono comunque numerose le voci che si levano suggerendo ipotesi alternative. Una di queste è quella del “Movimento Politico Siciliani Liberi” che, facendo leva sulle su quanto permette lo Statuto Speciale, invita il governatore Nello Musumeci ad attuare un vero e proprio “shock fiscale”, tramite l’emissione di un titolo da 12 miliardi di euro riservandone l’acquisto alla Banca Regionale pubblica IRFIS spa, che permetta gli interventi a sostegno di imprese e cittadini siciliani.

Di seguito gli estratti relativi all’argomento nella nota diffusa da “Siciliani Liberi”:

 

“L’epidemia Covid-19 non può più essere assimilata ad una influenza, per quanto grave. Forse, da un punto di vista strettamente epidemiologico, potrà anche essere “soltanto” un’influenza particolarmente severa per vari motivi (tasso di mortalità, contagiosità, durata della degenza, o altro), ma ciò che è certo è che la chiusura totale delle attività paragonabile ad una vera e propria guerra.

Ora è il momento di pensare ai tanti, troppi Siciliani, rimasti senza reddito dall’oggi al domani: operatori del turismo, dei trasporti, dei viaggi, della ristorazione, dell’intrattenimento, dello sport, del tempo libero, fra poco non sapranno più come fare la spesa. E con loro tutto l’indotto di lavoratori dipendenti, fornitori, professionisti, etc. che da questi traggono i loro mezzi di sostentamento. 

Non c’è che una soluzione: l’Helicopter Money, cioè l’attribuzione generalizzata e gratuita di disponibilità monetarie a tutte le categorie colpite dalla crisi. Persino l’arcigna UE sta sospendendo il Patto di Stabilità (e ci mancherebbe altro…). Non è il momento di fare i tirchi, ma quello di dare una zattera di sopravvivenza a chi ne ha bisogno. Potrebbe farlo, dovrebbe farlo, lo Stato italiano, ma ha deciso di non farlo. Mentre la Germania, per mezzo di una banca pubblica, inietta di colpo nell’economia 550 miliardi, il governo di Conte e Gualtieri si limita a una manovrina di 25 miliardi che, spalmati su tutta l’Italia, sono appena un pannicello caldo, da cui l’intero Stato uscirà con le ossa rotte.

La nostra proposta è questa: motivando con ragioni d’urgenza la propria decisione, si emetta un titolo del valore di 12 miliardi di euro, riservandone l’acquisto alla Banca Regionale pubblica IRFIS spa. Questo titolo sarà formalmente un debito, ma solo formalmente: il debito sarà irredimibile (IRFIS non potrà chiederne mai la restituzione, ma solo la Regione, se e quando lo vorrà, lo rimborserà, anche parzialmente); il debito sarà a interessi zero (IRFIS non potrà avere alcun introito a fronte dello stesso); il debito sarà a tempo indeterminato (non c’è scadenza per il rimborso). In cambio di questo titolo, che IRFIS mette nell’attivo del suo stato patrimoniale, nel passivo apre un conto corrente speciale alla Regione di pari entità. Con questo “bazooka” la Regione alloca le somme a tutti gli operatori economici attualmente fermi a causa del corona virus, secondo criteri di distribuzione equa e con la più ampia diffusione sociale, territoriale e settoriale.

Se lo fa la Germania, abbiamo il diritto e il dovere di farlo anche noi. Nessuno, in un momento così drammatico potrà fermarci. Del resto l’art. 41 dello Statuto garantisce che la Regione possa emettere “prestiti interni”, cioè prestiti rivolti ad operatori interni, quale l’IRFIS è. E questa norma, “speciale” per definizione, prevale sulla norma di diritto comune secondo la quale, in condizioni ordinarie peraltro, la Regione potrebbe contrarre debiti solo per far fronte a spese per investimenti. Ma queste NON sono condizioni ordinarie, e iniettare denaro per mantenere la capacità produttiva, è sostanzialmente e macroeconomicamente una spesa per investimento, non una spesa per consumi.

Peraltro, ad aumentare la liquidità in circolazione, l’IRFIS poi potrebbe prendere questo titolo che ha in attivo, spaccarlo in microtitoli da 20 euro l’uno circa e cartolarizzarlo, distribuendolo nel grande pubblico, attraverso convenzioni con la grande distribuzione che lo accetterebbe in pagamento, anche parziale, dai consumatori, con la convenzione di poterlo usare per il rimborso di pagamento delle imposte in Sicilia (ciò che spetta alla Regione ex art. 37, 2° comma).

Ancora una volta ci sarebbe copertura, magari garantendo tale diritto con una dilazione di due o tre anni. In tal modo questa liquidità aggiuntiva girerebbe come valuta complementare locale, dando una sferzata all’economia paralizzata dalla crisi. I 25 miliardi per l’intera Italia sono una bazzecola. Se il Governo Italiano ci dovesse fermare, allora tutta l’Italia chiederà che emetta, allo stesso modo, almeno 350 miliardi attraverso la Cassa Depositi e Prestiti”.

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Coronavirus, Confindustria scrive a Conte: “Chiudere senza criteri ben calibrati può voler dire non riaprire più”

Confindustria ha inviato una lettera al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte per chiedergli di apportare delle modifiche al decreto, annunciato nella tarda serata di ieri, che entrerà in vigore domani.

Il numero uno degli indutriali Vincenzo Boccia, infatti, ha messo nero su bianco le perplessità della categoria da lui rappresentata circa le risoluzioni volute dall’esecutivo che, a partire da domani, determineranno la serrata di tutte quelle attività non considerate come essenziali. “Non si può chiudere tutto. Le imprese sono a corto di liquidità, chiudere senza criteri ben calibrati può voler dire non riaprire più“: questo, in estrema sintesi, il grido d’allarme di Confindustria, che ha determinato una nuova fase di concertazione prima della firma del decreto da parte di Giuseppe Conte.

La missiva firmata da Boccia si articola in questi punti principali: prosecuzione per le attività funzionali a quelle ritenute fondamentali, prosecuzione per quelle attività che non possono essere interrotte per ragioni tecniche, possibilità per le imprese di “autocertificare l’esigenza di prosecuzione”, “far salva” tutta la manutenzione “finalizzata a mantenere in efficienza macchinari e impianti, garantire i “tempi tecnici necessari dall’entrata in vigore del provvedimento a concludere le lavorazioni in corso, ricevere materiali e ordinativi già in viaggio, consegnare quanto già prodotto e destinato ai clienti”, non ricorrere soltanto ai codici Ateco per individuare le realtà escluse dalla serrata. 

Confindustria, infine, chiede anche dei provvedimenti di ampio respiro, per affrontare nella migliore maniera possibile il “dopo-virus“: Sarà determinante sciogliere immediatamente il nodo del credito per evitare che questa situazione produca conseguenze irreversibili per le imprese e che gli imprenditori perdano la speranza nella futura prosecuzione dell’attività. Occorre poi preservare l’operatività delle imprese che fanno parte delle filiere internazionali e valutare i necessari provvedimenti per evitare impatti negativi sulle nostre società quotate in Borsa”.

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